tutto il ferro delle torre eiffel di michele mari  

Michele Mari: un giocoliere delle parole.

Lo si guarda sempre come un bambino guarda,  zucchero filato alla mano e occhi spalancati, gli acrobati aggrappati a sottili altalene pendenti dal tendone  di un circo…senza inghiottire ne’ quasi respirare,  il bambino pensa: che accadrà, ora?

Leggere Mari è così….imprevedibile, sempre nuovo, mai banale…un uso delle parole leggero e  giocoso,  ma certosino ed erudito, allo stesso tempo.

E mentre leggiamo, noi siamo come quel bambino meravigliato, e pensiamo, sempre: che accadrà, ora?

Sia che lo si segua mentre invia divertiti o amari, teneri o tristi messaggi alla sua Ladyhawke, sia che ricostruiamo assieme a  lui la storia musicale e personale dei Pink Floyd,  in maniera del tutto onirica e fantasiosa, con un romanzo architettato  con molta abilità per farci entrare  direttamente nella testa nei protagonisti; sia in quella giostra  di racconti o raccontini molto brevi che è la raccolta “Euridice aveva un cane”;   sia  infine  qui, dove leggiamo delle  mirabolanti avventure di Walter Benjamin  e Auerbach a zonzo per Parigi…

A guardare le loro fotografie, a conoscere  (più o meno 😦 ) la loro attività di menti sopraffine ed erudite, pare strano figurarseli mentre si affannano a cercare, e a strapparsi dalle mani, cimeli e “memorabilia” della letteratura universale, come bambini che giocano  a nascondino…

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Ma Mari riesce a far apparire realistico anche questo gioco…e allora  ci facciamo condurre per mano….e invidiamo l’acquisto dei tre puntini di sospensione rubati dalla penna di Celine  (ah, quanto mi piacerebbe possederli….io, vittima e carnefice di questo mezzo di interpunzione!) o i tre soldi scappati dall’opera di Brecht…

E mentre giochiamo a nascondino assieme a loro, ci passa davanti gran parte della cultura del ventesimo secolo e si aprono spiragli per  conoscenze nuove o approfondimenti.

Sempre, e sempre: si sta bene, a leggere Mari.

un giorno si partirà

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“Chiunque sia nato geograficamente in esilio, chiunque venga dalla provincia, chiunque abbia la sensazione di conoscere i movimenti culturali per sentito dire, qualunque persona del genere cresce con l’angosciante consapevolezza che tutti gli eventi innovativi e vitali del mondo accadono Laggiù a Est, ma proprio laggiù laggiù, tipo forse in Francia, e però prima che l’espatrio si possa compiere nei fatti va provato ed eseguito mentalmente. Ci si trasforma in persone spiritose e beffarde, ironiche, senza radici, fredde e dal disprezzo facile. Si importano le proprie passioni dal passato, da altre lingue, altre tradizioni. Si compie la traversata innanzi tutto fra gli scaffali delle librerie e delle biblioteche, e nei propri sogni sfrenati. I libri che si amano di più sono quelli in cui i protagonisti abbandonano lo sperduto paese natìo in cerca di scenari ben più gloriosi. Ben presto la parola “PARIGI” assume una valenza quasi mistica, e si capisce che non si resterà in silenzio per sempre. Un giorno si partirà”.

(cit. “Perdersi” di Charles D’Ambrosio)