relationship

“In una vecchia intervista Patti Smith racconta che da ragazzina Dylan le sembrava Rimbaud vivo e vivido, era magnetico, era il fidanzato immaginario, era eccetera.
Poi dice una cosa perfetta, molto tenera: racconta di aver visto così tante volte “Don’t look back”, il documentario sul tour inglese del ’63, da conoscerne a memoria le situazioni. “C’era chi conosceva a menadito le prime pagine di Piccole donne, io il modo in cui Dylan in macchina si sfilava gli occhiali scuri”.

(“Bob Dylan – Il fantasma dell’eletticità” di Marco Rossari)

 

patti dylan

flush di virginia woolf

pinker
Pinker, by Vanessa Bell

Ci si stupisce sempre, aprendo uno qualsiasi dei libri della Woolf,  della versatilità con la quale riesce a descrivere l’animo umano in tutte le sue sfaccettature, sia che lo faccia in veste di autrice dei suoi romanzi, o che recensisca un libro, oppure che si abbandoni ai suoi pensieri in centinaia di lettere ad amici e conoscenti  o sulle pagine dei suoi strabilianti diari.

In questo agile e scherzoso romanzo, ha deciso di mostrarci i sentimenti (amore, rabbia, gelosia, paura, tenerezza) attraverso i sensi di un cane, Flush che è attento e partecipe testimone dell’amore crescente tra Elisabeth Barrett, mente brillante e stimato poeta in età vittoriana, e  l’altrettanto promettente poeta Robert Browing.

Sappiamo dal loro copioso epistolario  (edito in forma  parziale in Italia per i tipi di Archinto) che tutto cominciò da una lettera appassionata che Robert  inviò per manifestarle stima e ammirazione per i suoi versi….

verses.jpg
I love your verses with all my heart, dear miss Barrett…

e per Elisabeth , rinchiusa in un isolamento “dorato” , costretta da una malattia importante e dall’ aspra e dispotica presenza di un padre autoritario, in compagnia “solo” del suo ingegno, dei suoi amati libri e di Flush, comodamente disteso al suo fianco, fu come rinascere a nuova vita…

“I thank you, dear Mr. Browning, from the bottom of my heart. You meant to give me pleasure by your letter, and even if the object had not been answered, I ought still to thank you. But it is thoroughly answered”

“Egli tornò, e ritornò, e ancora ritornò. Prima venne una volta la settimana; poi, furono due volte la settimana. Veniva sempre di pomeriggio e di pomeriggio se ne andava. Madamigella Barrett lo riceveva sempre sola. E in quei giorni in cui non veniva lui in persona, venivano le sue lettere. E quando lui se n’era andato, restavano i suoi fiori”.

L’intensificarsi della passione, il matrimonio segreto, la fuga in Italia, la nascita di un figlio….Flush è sempre con loro, devoto compagno,  capriccioso rivale, caldo amico che si dona senza riserve.

Lessi  con piacere questo libro diversi anni fa, e con piacere aggiunto ripongo il libro sullo scaffale: non ho mai avuto un cane, nella mia vita, ma sdraiata al mio fianco, o accoccolata sulle mie ginocchia, la mia gatta testimonia come è vera la sensazione descritta da Virginia quando ci rapportiamo a qualsiasi creatura “animale”:

Oh Flush!”, disse Madamigella Barrett. Per la prima volta ella lo guardò in faccia, Per la prima volta Flush guardò la dama coricata sull’ottomana.  Entrambi rimasero sorpresi. Grevi riccioli pendevano lungo il volto di Madamigella Barrett, da  ambo le parti, grandi occhi brillavano vivaci, una bocca larga sorrideva. Pesanti orecchie pendevano ai lati del muso di Flush, anche i suoi occhi erano grandi e vivaci, larga la sua bocca. Quei due si rassomigliavano. Mentre si guardavano ognuno sentì: “Quello sono io – e ognuno sentì poi: Ma quanto diversi!

Continua il mio viaggio intorno e dentro  il fiabesco mondo di Virginia…

 

“Flush, biografia di un cane” di Virginia Woolf                   pinker1

La Tartaruga Edizioni

 

grandi ustionati di paolo nori

” perché il cervello, non è che te puoi indirizzarlo dove vuoi te, il cervello, che te gli dici pensa delle cose belle, al cervello, e lui il cervello comincia a pensare a delle cose che ti fanno stare bene, no, non funziona cosa. era bello, se funzionava così, era comodo. “

nori

Prendete un’esperienza traumatica e dolorosa, un uomo  che rischia di rimanere arso vivo in un incidente automobilistico…unite i dettagli del suo duro ricovero nel reparto grandi ustionati della sua città, Parma,  e il ritorno ad una vita “normale”, agli amici, alla famiglia…incorporate una discreta dose di amore per la lettura, e per la scrittura…aggiungete intarsi di “nonsense”, situazioni paradossali, pensieri onirici….amalgamate il tutto con una scrittura “confidenziale”, un poco arzigogolata (e,  a tratti, apparentemente confusa e sconclusionata), ma estremamente discorsiva e piacevole, e  troverete la ricetta perfetta per passare alcune ore spensierate, dimentichi  di voi e del mondo, dei vostri e dei  suoi problemi.

“L’umanità si prende troppo sul serio. È il peccato originale del mondo. Se l’uomo delle caverne avesse saputo ridere, la storia  avrebbe avuto un corso diverso”            (O. Wilde)

Fortunatamente, Paolo Nori di ironia, e autoironia, ne ha da vendere.

Riuscire a divertire parlando di una tragedia,  non credo sia dono di molti, così come è ammirevole riuscire ad accettarsi anche dopo un cambiamento fisico notevole, senza mai  smettere di credere alla Vita.

“Allora oggi pensavo Adesso non mi interessa finisco questo giro poi mando via il romanzo, vien come viene chissenefrega, pensavo oggi. Dopo magari lo correggo poi dopo, pensavo.
Stavo pensando così, si è squarciato il soffitto della mia cameretta mi è apparso il Foscolo incatenato alla sedia Giammai, mi ha detto. Tu ora emendi finché ti necessita, mi ha detto il Foscolo incatenato.
Va bene, gli ho detto, va bene, ora emendo finché mi necessita”

Qualcuno potrebbe storcere il naso per l’imprecisione della scrittura, potrebbe essere snervante un linguaggio che abusa di ripetizioni , quasi ossessive,  di concetti e parole, un uso (volutamente) errato della grammatica, congiuntivi sbagliati, punteggiatura strampalata…ma io non mi fermerei a questo: nel mondo di Nori c’è un’umanità sottesa di tenerezza e malinconia, una carezza all’essere umano per le sue fortune e le sue miserie;  Nori prende  ” la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” (cit.)

“Ma lei, mi hanno chiesto, quando scrive scrive in un modo, ma quando parla li usa, i congiuntivi. Ogni tanto mi scappano, gli ho detto io”.

Lo so Nori, ne sono convinta.

Grandi Ustionati, Paolo Nori, Marcos y Marcos

le ore di michael cunningham

Quando lessi la prima volta questo libro, in occasione della prima sua pubblicazione in Italia (2006?), rimasi algida…rimasi colpita dall’intreccio, dalla costruzione architettonica del romanzo, ma non rimasi coinvolta, non più di tanto.

Poi ci furono le migliaia di recensioni lette che gridavano al miracolo letterario (questo libro vinse il Pulitzer  per la narrativa nel 1999 ), e la mia incredulità di far parte dell’esigua minoranza (quasi nulla) dei detrattori…

E ci fu la trasposizione cinematografica ad opera di  Stephen Daldry,   con quelle splendide interpreti….un film che mi piacque moltissimo e che mi fece ripromettere  di dare a questo libro una seconda opportunità,  quando avessi dimenticato la loro mirabile interpretazione e avessi avuto più  margine per far spaziare la mia fantasia.

Col senno di poi,  credo che la mia prima lettura fu superficiale e sbrigativa…allora, forse, ero più concentrata sulla trama, tralasciando di soffermarmi sulla funzione del linguaggio e sulla maestria di rendere, con le parole, tratti e vita dei protagonisti del romanzo.

Mi giustifico così perché, perbacco, i ritratti di Clarissa, Laura e Virginia sono talmente perfetti, talmente descrittivi, talmente delineati con fine precisione psicologica, che proprio non riesco a capire come, quella lettura, non mi abbia lasciato quasi nulla negli anni a seguire.

Un intreccio di destini, mi piacerebbe chiamarlo….un filo invisibile che lega la vita di tre donne (e un uomo, e un personaggio letterario) l’una all’altra, mentre sono alle prese con le loro singole esperienze, in epoche e luoghi  totalmente diversi.

Virginia che, a Richmond, sotto la costante e premurosa cura del marito Leonard, costruisce, nella sua mente e sulla carta,  il romanzo che la farà conoscere al grande pubblico, quella “Mrs Dalloway”  elegante e affascinante che noi tutti ricordiamo incamminarsi  per le vie di Londra per acquistare fiori , in una mattina di giugno “fresca come fosse stata coniata  nuova di zecca per dei bambini su una spiaggia”.

lytton

” Ma io , che cosa sento nei riguardi del mio lavoro, di questo libro, cioè “Le ore”, ammesso che si chiami così? Il lavoro deve nascere da un sentimento profondo, diceva Dostoevskij. E’ il mio caso, questo? O mi limito a inventare con le parole, amandole come le amo? No, non credo. In questo libro ho anche troppe idee. Voglio dare la vita e la morte, la saggezza e la follia; criticare il sistema sociale e mostrarlo all’opera, nel momento di massima intensità….”

(cit. “Diario di una scrittrice”, V. Woolf, Minimum fax, 2009)

Forse in questo passo del diario della Woolf, si ritrova l’idea dell’omaggio che Cunningham ha voluto dedicare alla sua “musa ispiratrice”….il suo romanzo si è chiamato come avrebbe dovuto chiamarsi il libro di Virginia…in questo romanzo convivono a braccetto vita e morte, voglia di sopravvivere, o di soccombere, ad un destino ostile  e imposto….qui vengono rappresentate la “follia” che scaturisce dalla malattia e la “saggezza” di abbandonare luoghi e persone che condizionano,  in maniera malsana, l’esistenza delle persone, anche se questo significa abbandonare un figlio e condannare, come un circolo vizioso, un figlio ad una vita di rimpianti, odio e rassegnazione per la perdita subita…

Ed ecco Laura, che  cerca “di rimanere in sè entrando in un mondo parallelo”…Laura che legge Mrs Dalloway, in una mattina del 1949 a Los Angeles…e lo trova così…

“bello. E’ molto di più. E’ molto più di…Be’, di quasi tutto, in realtà”.

Laura che “avrebbe potuto trascorrere tutta la vita a leggere”, e che invece si ritrova “incatenata” ad un marito che capisce di non amare, alle sue responsabilità di madre di un piccolo “microbo” e in attesa di un altro… “Laura Zielski, la ragazza solitaria, la lettrice instancabile, è scomparsa, e al suo posto c’è Laura Brown”.

“Perché lo ha sposato? Lo ha sposato per amore. Lo ha sposato per un sentimento di colpa, per paura di rimanere sola, per patriottismo. Era semplicemente troppo buono, troppo gentile, troppo onesto, e aveva un odore troppo gradevole per non sposarlo. Aveva sofferto tanto. La voleva”.

Laura che è solleticata dall’idea della morte come rifugio, come liberazione da una vita che non le appartiene, che le è distante…Laura che darà di nuovo la vita, ma che vorrà, per se’, una vita diversa…

Qui  è criticato il “sistema sociale”, il circuito editoriale nel quale si muovono Richard e Clarissa, scrittore il primo, editor la seconda.

Richard e Clarissa che sono stati amanti in gioventù e che continuano a volersi bene, a sostenersi, come gli amici  veri sanno fare…anche quando le loro vite sembrano prendere strade diverse…anche quando Richard si innamora di un uomo e Clarissa lega la sua vita a quella di una donna, Sally….anche quando la malattia piega la vita di Richard e lo condanna ad una vita di recluso tra le pareti di un buio e trasandato appartamento a New York, quando è al culmine la sua fama di scrittore, quando iniziano ad arrivare i riconoscimenti per la sua opera…. opera suggerita dall’amore di un’amica (forse qualcosa di più, di un’amica) e dal dolore provato per l’abbandono di una madre:

“Eccola, allora, pensa Clarissa: ecco la donna delle poesie di Richard. La madre perduta, la suicida mancata, la donna che se n’è andata. E’ insieme scioccante e consolante che un tale personaggio possa rivelarsi, nei fatti, una comune donna anziana seduta su un divanocon le mani in grembo”

…..riconoscimenti che Richard  non gradisce più di tanto….lui avrebbe voluto solo la signora Dalloway (come affettuosamente chiama Clarissa) e scrivere:

“Io volevo scrivere di tutto, di tutto ciò che può accadere in un momento, di come erano i fiori mentre li portavi tra le braccia, di questo asciugamano, del suo odore, della sensazione che dà la sua trama, di tutte le nostre sensazioni, le tue e le mie, della nostra storia, di chi eravamo una volta, di tutte le cose del mondo, tutto mescolato insieme, come tutto è mescolato adesso… E invece ho fallito. Ho fallito. Il punto di partenza può essere anche alto ma finisce sempre col ridursi. L’orgoglio del cazzo allo stato puro. E stupidità. Noi vogliamo tutto, non è vero?”

Come un leitmotiv, come un tema musicale di Wagner che si ripete, modificandosi e intrecciandosi con il testo narrativo nei  vari atti,  i fiori, i baci, la scrittura (e la lettura) impregnano l’intero romanzo, che si legge davvero in un attimo, in un crescendo di empatia per  tutti i personaggi, nessuno escluso….tutti siamo vittime e carnefici di qualcosa o di qualcuno…tutti siamo chiamati a sottostare, o combattere, o ribellarsi al destino che la vita ci riserva; bisognerebbe, forse:

“Guardare la vita in faccia, sempre, guardare la vita in faccia, e conoscerla, per quello che è. Al fine conoscerla, amarla, per quello che è. E poi metterla da parte. Leonard, per sempre gli anni che abbiamo trascorso, per sempre gli anni. Per sempre l’amore; per sempre le ore”.

(dal film “The hours”, di Stephen Daldry)

Ora non mi rimane che rileggere Mrs Dalloway, che ho già iniziato, e riguardare il film…con altri occhi…

“Le ore” di Michael Cunningham,  Classici Contemporanei Bompiani.

Un post condiviso da Francesca Brondi (@brondifrancesca) in data:

PS. : non faccio parte del partito che attribuisce valore assoluto alle copertine dei libri…non sono attratta dalle copertine per la scelta di un libro da leggere….ma, in questo caso, se non avessi specificatamente ricercato questo romanzo (che, all’epoca della prima lettura, presi in prestito in biblioteca), non avrei mai dato valore al libro stesso: la copertina è terribile, lucida, brutta….evoca il film “tratto da” e non esalta il romanzo “scritto per”…lo fa assomigliare ad un qualsiasi romanzetto di serie c da scartare in quanto tale…non lo faccio quasi mai per le copertine, ma in questo caso ho voglia di protestare…

il lamento di portnoy di philiph roth

 

Finalmente ce l’ho fatta! Ho  terminato il mio primo Roth.

Non mi ero mai accostata a lui, per paura di fallire…troppo colto, troppo intellettuale per le mie modeste meningi…pluripremiato, pluriosannato, in tutto il mondo…un mostro sacro che temevo di incontrare, di non capire.

Ho iniziato “Il lamento di Portnoy” per puro caso, ascoltando un brano recitato dal bravo Luca Marinelli, e ne sono stata rapita immediatamente.

ROTH_LamentoDiPortnoy_MARINELLI_CD.indd

Uno scoppiettante monologo (un incessante, vero e proprio flusso di coscienza) ci porta,  con la fantasia, nella stanza di uno psicanalista che ascolta, senza quasi mai intervenire (se non alla fine del romanzo), un irriverente, sarcastico, dissacrante Alexander, in terapia, evidentemente,  in quanto erotomane (o forse solo in cerca di se’ stesso).

E su quel lettino Alex, uomo colto e di successo,  spara a zero su tutto quanto…

Figlio devoto per “costrizione” di una madre oppressiva e iperprotettiva, indotto a comportamenti morali “corretti” per appartenenza ad una famiglia ebrea osservante, si sente, sin dalla primissima infanzia, trattenuto nella sua condotta, in conflitto eterno su quello che “deve” essere fatto e quello che non è giusto si faccia …e questo suo essere ingabbiato in un “ruolo” che mai ha sentito suo, lo porta a ridurre in pezzi tutto quanto: l’istituzione familiare e quella religiosa, l’amore.

La sua idea  di libertà diventa il sesso.

In principio è l’onanismo (onanismo praticato con gran foga e molto estro, devo dire) a consentire ad Alex di evadere dalla sua prigione “perbenista”, onanismo che continuerà ad essere una costante della sua vita, assieme ai rapporti orali offerti e ricevuti;  poi la ricerca delle donne… averne una dopo l’altra,  preferibilmente le “shikse” (cioè le ragazze non ebree), diventa per lui una specie di missione: “Il succo del mio ragionamento, Dottore, è che non mi par tanto di ficcare il mio uccello in queste ragazze, quanto di ficcarlo nei loro ambienti sociali… come se scopando volessi scoprire l’America. Conquistare l’America, è forse più corretto”.

Ma, allo stesso tempo, l’educazione da lui subita in ambito familiare e sociale, fa sì che questa corsa  alla “passera” avvenga con un terribile senso di colpa : “travolto dai desideri che ripugnano alla mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri”.

“Tentazione e disgrazia! Corruzione e autoirrisione! Autodeprecazione… e pure autodefecazione! Lamentazione, isterismo, compromesso, confusione, malattia! Sì, Naomi, sono sudicio, oh, sono impuro… e anche lievemente scazzato, cara mia, di non essere mai all’altezza per Il Popolo Eletto!”

E allora eccolo, Alex, su quel lettino, ad auto analizzarsi lucidamente, a definirsi, a sentirsi personaggio vivo in  una barzelletta yiddish:

“Dottore, forse altri suoi pazienti sognano – ma io, guardi, a me le cose succedono per davvero, tutte. Io ho una vita priva di contenuto latente. A me i sogni mi succedono! Dottore, non m’è riuscito di rizzarlo nello Stato di Israele! Beh, che gliene pare di questo come simbolismo, bubi? Mi indichi Lei qualcuno che sa fare di meglio, eh? Uno che non riesce a mantenere una erezione nella terra Promessa!”

E alla fine di questo rigurgito senza fine di parole, questo sfogo fluviale, non rimane ad Alex che urlare, un urlo prolungato e liberatorio, che consente finalmente al silenzioso e attento Dottor   Spielvogel,  di aprire bocca  per dire:

«Allora (disse il Dottore). Forse noi adeso potvemo incominciave. No?»

Si ride, si ride molto con questo libro….ho fatto delle figuracce, soprattutto, quando ho ascoltato l’audiolibro in autobus, lasciando a casa il cartaceo….l’interpretazione di Marinelli credo sia da considerarsi un valore aggiunto: ha messo il fuoco, nell’interpretazione….i difetti di Alex sembrano più marcati, le sue osservazioni taglienti vanno ancora più in profondità, la madre sembra più grottesca di quello che già sembra nel leggere le parole di Roth, e vale lo stesso per la Scimmia e tutti i personaggi di contorno di questo gradevole romanzo.

Il linguaggio decisamente scurrile e spinto che tanto ha fatto discutere, soprattutto all’uscita del libro, che ha indotto, tra gli altri,  Natalia Ginzsburg a definirlo “osceno”, che ha fatto gridare allo scandalo o alla speculazione commerciale tal’altri, a me non ha dato fastidio; e non pretendo di avere capito tutto, ovviamente…ma il grido di libertà lanciato da Alex mi sembra forte e chiaro: chi siamo noi per decidere della vita degli altri? chi siamo, per voler imporre pareri, credo, stili di vita? Credo che questo libro sia un encomio alla libertà di pensiero, in tutte le sue forme.

 

Philip-Roth-009

“Il lamento di Portnoy” di Philiph Roth , Einaudi editore

 

 

 

 

 

tutto il ferro delle torre eiffel di michele mari  

Michele Mari: un giocoliere delle parole.

Lo si guarda sempre come un bambino guarda,  zucchero filato alla mano e occhi spalancati, gli acrobati aggrappati a sottili altalene pendenti dal tendone  di un circo…senza inghiottire ne’ quasi respirare,  il bambino pensa: che accadrà, ora?

Leggere Mari è così….imprevedibile, sempre nuovo, mai banale…un uso delle parole leggero e  giocoso,  ma certosino ed erudito, allo stesso tempo.

E mentre leggiamo, noi siamo come quel bambino meravigliato, e pensiamo, sempre: che accadrà, ora?

Sia che lo si segua mentre invia divertiti o amari, teneri o tristi messaggi alla sua Ladyhawke, sia che ricostruiamo assieme a  lui la storia musicale e personale dei Pink Floyd,  in maniera del tutto onirica e fantasiosa, con un romanzo architettato  con molta abilità per farci entrare  direttamente nella testa nei protagonisti; sia in quella giostra  di racconti o raccontini molto brevi che è la raccolta “Euridice aveva un cane”;   sia  infine  qui, dove leggiamo delle  mirabolanti avventure di Walter Benjamin  e Auerbach a zonzo per Parigi…

A guardare le loro fotografie, a conoscere  (più o meno 😦 ) la loro attività di menti sopraffine ed erudite, pare strano figurarseli mentre si affannano a cercare, e a strapparsi dalle mani, cimeli e “memorabilia” della letteratura universale, come bambini che giocano  a nascondino…

Tour_Eiffel_-_17eiffel

Ma Mari riesce a far apparire realistico anche questo gioco…e allora  ci facciamo condurre per mano….e invidiamo l’acquisto dei tre puntini di sospensione rubati dalla penna di Celine  (ah, quanto mi piacerebbe possederli….io, vittima e carnefice di questo mezzo di interpunzione!) o i tre soldi scappati dall’opera di Brecht…

E mentre giochiamo a nascondino assieme a loro, ci passa davanti gran parte della cultura del ventesimo secolo e si aprono spiragli per  conoscenze nuove o approfondimenti.

Sempre, e sempre: si sta bene, a leggere Mari.

“Walter Benjamin doveva continuare il suo saggio su Kafka; e quello su Brecht; e soprattutto quello sui passages: invece da tre giorni non faceva altro che leggere “Morte a credito” sdraiato sulla sua branda. Rapito, sconvolto, riga dopo riga aveva la certezza di leggere il libro più bello che fosse mai stato scritto. Sembrava che quello scrittore conoscesse un solo segno d’interpunzione: i tre puntini, ma quale ricchezza e varietà di effetti sapeva ritrarne!”

puntini(…) “Gli stava porgendo un piccolo scatolino di latta, di quelli che gli entomologi adoperano per trasportare gli insetti. (…) Aprì lo scatolino. Dentro, adagiate sopra un letto di bambagia, c’erano tre minuscole sfere nere, ognuna non più grande di un pallino da caccia. Interrogò il nano con lo sguardo.

– Non li riconoscete? <<Faceva pena come una vecchia sottana stesa ad asciugare…Se n’accorgevan perfino i più luridi topi campagnoli…Tutti si sbellicavano vedendolo oscillare tra i tetti…Io ridevo un po’ di meno!…Presagivo l’orrendo squarcio, quello decisivo! Funesto! La fregatura finale…>>

– Non ditemi che…

– Ma certo che sono loro! I tre puntini! La più grande invenzione del secolo! Per quel che riguarda la letteratura s’intende, ci si vuol mica allargare! (…)”

 

“Tutto il ferro della torre Eiffel” – Michele Mari

rituali quotidiani di mason currey

“Negli anni Cinquanta Munro era una giovane madre che si occupava di due bimbe piccole e scriveva nei dettagli di tempo che riusciva a ricavarsi tra le faccende domestiche e i doveri materni. Spesso, il pomeriggio, sgattaiolava in camera a scrivere, quando la figlia maggiore era a scuola e la più piccola dormiva. Munro ha dichiarato di essere stata, in quegli anni, “una grande fan dei sonnellini”. Ma trovare un equilibrio nella doppia vita che era costretta a condurre non era facile. Quando un vicino o un conoscente passava a trovarla, interrompendola mentre scriveva, Munro non voleva dire che stava tentando di lavorare, solo i familiari e gli amici più intimi ne erano a conoscenza. All’inizio degli anni Sessanta, quando le figlie andavano entrambe a scuola, Munro provò ad affittare un ufficio, sopra un negozio di alimentari, per scrivere il suo romanzo, ma lo lasciò dopo quattro mesi perché, anche lì, l’allegro padrone di casa la interrompeva in continuazione e lei non riusciva a portare a termine un bel niente. In quel periodo i suoi racconti vennero pubblicati regolarmente, ma Munro impiegò vent’anni prima di mettere definitivamente insieme il materiale per la sua prima raccolta di racconti “la danza delle ombre felici”, pubblicata nel 1969, quando Munro aveva trentasette anni”.
da “Rituali quotidiani” di Mason Currey
Vallardi Editore
munro
Libro incontrato assolutamente per caso in libreria, mi ha conquistato subito perché, molto spesso, per non dire sempre, anch’io sono alla ricerca di dettagli “piccoli”, come “abitudini, vizi segreti, manie, capricci e fobie” per farmi un’idea dell’autore che leggo, del musicista che ascolto, del pittore che osservo….
per questo amo molto gli epistolari, per questo sono una cultrice delle biografie e, anche, delle autobiografie;
perché sono estremamente convinta che la quotidianità che gli artisti conducono influenzano notevolmente la loro creatività…
Libro curioso e avvincente per i “voyeur” di professione 🙂
 hiiiiiiiiiiiiiii

rep

rep1

88-07-88186-2_Medina Reyes_C'era una volta l'amore.inddComprato un giorno d’estate nel quale non avevo voglia di pensare, mi è piaciuto subito, già alla vista e al successivo contatto fisico: una copertina rossa fuoco, un disegno, di autore a me  totalmente sconosciuto, raffigurante una donna in atto di danzare (pare a me…), con una specie di sfregio che le copre il viso, a mo’ di lacrima di carta, che mi ha ricordato certe opere di Mimmo Rotella, o forse, meglio, qualche manifesto pubblicitario “vicino” a Majakovskij; e poi il titolo, per me bellissimo: “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo”, di Efraim Medina Reyes.
Ma era stato l’incipit, letto di sfuggita tra i vari post che si susseguono sul web come onde infinite in un mare di link, a catalizzare la mia attenzione e a portarmi dritta dritta in libreria:

“Mi chiamano Rep – diminutivo di reptil, cioè rettile – da quando riesco a ricordare. Sono alto un metro e ottantatré e peso ottantuno chili (come i cowboy di Marcial Lafuente Estefanìa), estefania ho gli occhi neri e infossati che paiono due canne di fucile pronte a sparare, la bocca sensuale e una verga di 25 centimetri nei giorni più caldi. Non sono un eiaculatore precoce e non mi puzza l’alito, amo tagliarmi le unghie fino a farle sanguinare, ho tracce di acne sulla faccia e sul culo, denti forti e un odore personale seducente. Sono il tipo giusto per l’energica e indimenticabile ripassata che è il sogno di ogni donna. Anche nel bere mi distinguo. Non so ballare né cantare, ma se quelli che sono capaci sapessero farlo come me sarebbero il top. I miei amici mi chiamano la verga ferita, i miei nemici pallone gonfiato. Sia il nomignolo A sia il nomignolo B sono azzeccati, anche se potete immaginare quale preferisco. Sono eterosessuale e possiedo un’intelligenza feroce. Ho avuto ferite d’arma da fuoco, da taglio e da oggetti non identificati. Non ho mai ammazzato nessuno ma ho portato più d’uno sull’orlo della morte fisica o spirituale. Meglio non farmi incazzare. Ho il cuore acuminato come le schegge di un’esplosione. Non mi piace la gente lagnosa né le madri che picchiano i figli. Esista una bella donna di nome Nilda che mi piace un casino “.

Chi non vorrebbe conoscere cosa capita, ad un tizio così?
Al tizio capita che è stato mollato da “una certa ragazza” , e inizia per lui il processo che lo porta alla rassegnazione della perdita: questa è la storia, non c’è altro da cercare…una trama modesta e deboluccia, se si deve trovare , per forza, un primo difetto.

“La storia di una certa ragazza – (non sappiamo quale sia il suo nome, per noi sarà sempre “una certa ragazza”, se ho letto con attenzione) – “mi fa ancora male, non trovo quello che cerco e quello che cerco ormai non può più essere lei, lei mi ha mandato a vedere se il gallo aveva fatto l’uovo e quando sono tornato e le ho detto di si mi ha mandato a quel paese e mi ha detto di non farmi più vedere. Per un po’ ci ho provato, ma sai bene che quando l’amore si spegne è più freddo della morte. Il problema è che le due parti in causa non si spengono contemporaneamente e quando sei la parte ancora accesa preferiresti essere morto”.

“Io avevo il mio dolore pieno di parole e lei il suo silenzio”

Rep è un sognatore: “Vivo tra il sogno e la realtà, sogno che sono Big Rep, una star del cinema e dell’arte, che vivo a New York e concedo un migliaio di interviste al giorno, che ho un domestico filippino e una villa di cinquantasette stanze, che le donne fanno la fila per me, che faccio quello che mi pare e dico quello che penso. Sogno che sono amico intimo di Sean Penn, Wim Wenders e Monica Huppert. Sogno che gioco nel Barça, in attacco, che faccio coppia con Romario, che sono più bravo di lui. Sogno che una certa ragazza non se ne è andata, che posso vederla quando voglio, che non si è sposata con un pidocchio, che il tempo non è passato, che non ho venti e rotti anni e le mani vuote, che lei è lì, al solito posto (…) Sogno che non sono io”.
Rep ama scrivere e ha velleitarie ambizioni cinematografiche, con sceneggiature abbastanza comuni, come questa:
“Due pistoleri si incontrano in un saloon del Montana e fanno amicizia: parlano, bevono whisky, giocano a poker (…) Tutto fila liscio come l’olio tra i pistoleri finché una bionda (…) si mette in mezzo….Alla fine si sfidano a duello (in una strada solitaria. E’ sottinteso che i cavalli sono legati all’altro estremo della strada, quello che non viene inquadrato): fondamentale  (chi è amante dei Beatles ,come me, non può fare a meno di canticchiare Rocky Racoon, mentre legge queste righe, è impossibile non farlo);
o abbastanza improbabili, come quest’altra:
“La prima cosa che decisi del nuovo film fu il titolo: La morte di Socrate. Perché Socrate? Perché anche se era brutto e povero era integro. Era riuscito ad essere un duro con il potere della mente. Socrate era come il Pibe Valderrama, era un uomo tutto d’un pezzo. Dato che Socrate era – secondo me- l’inventore dell’intervista, mi venne in mente di scrivere la sceneggiatura sotto forma di intervista. (…) La storia era semplice….Parlava di un tizio chiamato Big Rep che grazie al suo talento se ne era andato da Città Immobile e viveva a New York dove era considerato una delle pietre miliari dell’arte contemporanea (…) Divisi la sceneggiatura in due parti: la prima era un’intervista che Big Rep concedeva a una rivista di scarsa diffusione: L’intervista era condotta da una coppia di ragazzi. A Big Rep piace la ragazza (bionda e molto bella) e la seduce. La seconda parte è la storia di tale seduzione.”

socrate

Rep ascolta molta musica, si identifica con i suoi miti musicali e umani, allo stesso tempo: le pagine su Sid Vicius e Nancy Spungen, le pagine poetiche, soprattutto, che dedica a Kurt Cobain, sono tra le più belle del libro, a mio modestissimo avviso.

Si butta in decine di storie, come per trovare un balsamo che gli garantisca un poco di sollievo , un po’ di equilibrio…ma “una certa ragazza” ritorna, sempre, in testa…a volte con rimpianto, a volte con amore, altre con frustrazione e con rabbia (cito ora un periodo che, forse, a qualcuno potrebbe apparire troppo volgare e fuori contesto, mi scuso se disturberà…ma chi, una volta almeno nella vita, in seguito ad una delusione amorosa, non si è trovato a pensare a questo?):
“So che in questo preciso momento se la sta facendo, la sta palpando, le sta aprendo le gambe a 180 gradi, le sta scopando l’anima. So che in questo preciso momento la sta chiavando selvaggiamente e lei non pensa a me, lei non chiede aiuto. So che in questo preciso momento le sta mordendo la punta delle tette, le sta infilando la lingua in bocca, le sta succhiando il sangue, e lei non pensa a me, lei non ha nessuna intenzione di chiamare la polizia, lei gode. So che in questo preciso momento le sta leccando la passerina, le sta titillando il grilletto, la sta facendo impazzire, in questo preciso momento, in questo preciso momento. So che in questo preciso momento mi sta cancellando del tutto e lei non si ricorda più di me”.
Seguiamo le vicende di Rep con simpatia ed empatia, sperando che riesca a scavalcare l’ostacolo, e a pensare al futuro.

Un libro che si legge bene, breve e veloce, forse un tantino disconnesso nell’ esposizione dei fatti, in certi punti va un po’ a singhiozzo; non un capolavoro, in senso assoluto, ma decisamente un libro curioso e quasi mai noioso: se vi capita sotto gli occhi, potete anche pensare di leggerlo..

Stupore e tremori di Amèlie Nothomb.

Ovvero: del come un’occidentale conduce una personale battaglia per integrarsi nella cultura giapponese e ne esce “sconfitta”.

Brio ed ironia (tanta ironia) sono gli ingredienti principali che fanno di questo breve romanzo-confessione, tuttavia, un inno all’ autostima e alla determinazione: mai soccombere alle difficoltà e agli intoppi che la vita ti serba in regalo; mutare in forza positiva gli “scherzi” ostili che il destino ti pone di fronte; imparare a conoscere l’ “altro” (inteso come appartenente ad una identità nazionale differente dalla tua, come persona che condivide il tuo mondo, il tuo ufficio, uomo o donna che sia) prima di deporre le armi e consegnarsi al fato.

Perché è chiaro che un anno lavorativo alle dipendenze di una grande azienda nipponica, passato subendo angherie varie, tra una gaffe dietro l’altra, e comportamenti poco “politically correct”, non basterà ad annientare l’orgoglio e il “revanscismo” nella nostra eroina, Amélie –san:
“Ricapitoliamo. Da piccola volevo diventare Dio. Molto presto compresi che era chiedere troppo e versai un po’ di acqua benedetta nel mio vino da messa: sarei stata Gesù. Presi rapidamente coscienza del mio eccesso di ambizione e accettai di ‘fare’ la martire, una volta diventata grande. Adulta, mi decisi a essere meno megalomane e a lavorare come interprete in un’azienda giapponese. Sfortunatamente, era troppo per me e dovetti scendere di un gradino per diventare ragioniera. Ma non c’erano stati freni alla mia folgorante caduta sociale. Mi venne dunque assegnato il posto di nullafacente. Purtroppo – avrei dovuto sospettarlo – era ancora troppo per me. Ottenni così l’incarico estremo: guardiana dei cessi. Dalla divinità alla latrina: c’era di che estasiarsi del mio percorso inesorabile. Di una cantante che riesca a passare dal registro di soprano a quello di contralto si dice che possiede una vasta estensione: io mi permetto di sottolineare la straordinaria estensione del mio talento, in grado di cantare tutti i registri, tanto in quello di Dio che in quello di signora Pipì. Passato lo stupore, la prima cosa che provai fu uno strano sollievo. Quando si lustrano i bagni sporchi, il vantaggio è che non c’è da temere di cadere più in basso.”

E così Amèlie resiste….si dedica con dignità, e a testa alta, a svolgere le mansioni che le vengono via via assegnate, anche quando le sono state assegnate con l’evidente intento di farla arrendere, di farla sottomettere alla “superiore” civiltà nipponica, quando il proposito, cioè, è farle perdere l'”onore”.

Non mancano riflessioni, anche profonde, sulla condizione di vita delle donne giapponesi, e qui il tono si fa più serio:
“Non tutte le giapponesi sono belle. Ma quando una è bella, le altre devono reggersi forte.
Ogni bellezza è struggente, ma la bellezza nipponica è ancora più struggente. Prima di tutto perché quella carnagione lattea, quegli occhi soavi, quelle inimitabili ali del naso, quelle labbra dai contorni così marcati, quella dolcezza complicata dei tratti bastano a eclissare i volti meglio riusciti.
Poi perché le sue maniere la stilizzano, facendo di lei un’opera d’arte inaccessibile all’ umano intendimento.
Infine, e soprattutto, perché una bellezza che ha resistito a tanti corsetti fisici e mentali, a tante costrizioni, soprusi, divieti assurdi, dogmi, asfissia, desolazione, sadismo, cospirazioni del silenzio e umiliazioni – una bellezza del genere e’ un miracolo di eroismo.
Non che la Giapponese sia una vittima, tutt’ altro. Tra le donne del pianeta non è certo la più sfavorita dalla sorte. Il suo potere è notevole: so quel che dico.
No, se bisogna ammirare la Giapponese (e bisogna farlo) è perché non si suicida.
La cospirazione contro il suo ideale comincia in tenerissima età. Le ingessano il cervello: ‘Se a venticinque anni non sei ancora sposata, hai di che vergognarti’, ‘se ridi, non sei fine’, ‘se il tuo viso esprime un sentimento, sei volgare’, ‘se menzioni l’esistenza di un pelo sul tuo corpo, sei immonda’, ‘se un ragazzo ti bacia sulla guancia in pubblico, sei una puttana’, ‘se mangi con piacere, sei una scrofa’, ‘se provi piacere a dormire, sei una vacca’. Precetti del genere sarebbero ridicoli se non ti si conficcassero dentro.
Perché, in fin dei conti, ciò che si trasmette alla Giapponese attraverso questi dogmi insensati è che non bisogna sperare in niente di bello. Non sperare di godere, perché il piacere ti annienterà. Non sperare di innamorarti, perché non vali abbastanza: quelli che ti ameranno lo faranno per i tuoi miraggi, mai per la tua verità. Non sperare che la vita ti porti qualcosa, perché ogni anno che passa ti leverà qualcosa. Non sperare in una cosa semplice come la tranquillità, perché non hai nessuna ragione per startene in pace. Spera di lavorare. Visto il tuo sesso avrai poche possibilità di arrivare in alto, ma spera di servire la tua azienda. Lavorare ti farà guadagnare dei soldi dai quali non trarrai nessuna gioia, ma da cui potrai eventualmente trarre dei vantaggi, per esempio in caso di matrimonio – perché non sarai tanto stupida da supporre che qualcuno possa volerti per il tuo valore intrinseco.
A parte questo, puoi sperare di vivere a lungo, cosa che in sé non ha nulla di interessante, e di non conoscere il disonore, cosa che invece ha un fine in sé.
Qui si ferma la lista delle tue speranze, lecite. E comincia la serie interminabile dei tuoi doveri sterili. Dovrai essere: irreprensibile, per la semplice ragione che non si può fare altro. Essere irreprensibile ti porterà solo ad essere irreprensibile, non sarà motivo di orgoglio , e tanto meno di voluttà.
Non è possibile enumerare tutti i tuoi doveri, perché non esiste attimo della tua vita che non sia dominato da uno di essi. Anche quando sarai chiusa in un bagno per dare umile sollievo alla tua vescica, avrai il dovere di vegliare perché nessuno possa sentire il canto del tuo ruscello: dovrai quindi tirare la catena in continuazione.
(…) Hai fame? Mangia appena, perché devi restare magra, non per il piacere di vedere la gente girarsi per strada al tuo passaggio (non lo farà nessuno), ma perché è vergognoso avere qualche rotondità.
Hai il dovere di essere bella. Se ci riesci, la tua bellezza non ti darà voluttà alcuna. Gli unici complimenti che eventualmente riceverai proverranno da occidentali, e sappiamo bene quanto essi siano privi di gusto. Se ti ammiri allo specchio, fallo per paura e non per piacere: perché la tua bellezza ti porterà solo il terrore di perderla. Se sei una bella ragazza, non varrai granché; se non sei una bella ragazza, varrai meno di niente.
Hai il dovere di sposarti, preferibilmente prima dei venticinque anni che saranno la tua data di scadenza. Tuo marito non ti darà amore, a meno che non sia matto, e non c’è felicità nell’essere amata da un matto. In ogni caso, che ti ami o meno, non lo vedrai mai. Alle due del mattino un uomo esausto e spesso ubriaco tornerà da te e sprofonderà nel letto coniugale dal quale si alzerà alle sei senza averti detto una parola.
Hai il dovere di avere dei bambini che tratterai come divinità fino a tre anni, età in cui, d’un colpo, li caccerai dal paradiso per arruolarli al servizio militare, che durerà dai tre ai diciotto anni e poi dai venticinque fino alla morte.
(…) Trovi orribile tutto questo? Non sei la prima a pensarlo. Le tue simili lo pensano dal 1960. Come vedi, non è servito a niente. Molte di loro si sono ribellate e anche tu forse ti ribellerai nel solo periodo libero della tua vita, tra i diciotto e i venticinque anni. Ma a venticinque anni ti accorgerai all’improvviso di non essere sposata e proverai vergogna. Abbandonerai l’abbigliamento eccentrico per un tailleur sobrio, calze bianche e scarpe ridicole, sottoporrai la tua splendida capigliatura liscia a una messa in piega desolante e ti sentirai sollevata se qualcuno – marito o datore di lavoro – ti vorrà.
Nel caso molto improbabile che tu faccia un matrimonio d’amore, sarai ancora più infelice perché vedrai tuo marito soffrire. Meglio non amarlo: così riuscirai a rimanere indifferente di fronte al naufragio dei suoi ideali, visto che lui, tuo marito, ne ha ancora. Gli hanno fatto sperare, per esempio, nell’amore di una donna. Si accorgerà presto invece che tu non lo ami. Come potresti amare qualcuno con quell’ingessatura che paralizza il cuore? Ti hanno imposto troppi calcoli perché tu possa amare. Se ami qualcuno è perché non ti hanno educata bene. I primi giorni di nozze, simulerai ogni genere di cose. Bisogna riconoscere che nessuna donna ha il tuo talento per la simulazione.
Il tuo dovere è quello di sacrificarti per gli altri. Non credere però che il tuo sacrificio renderà felici coloro ai quali ti dedicherai, servirà solo a non farli arrossire per te. Non hai nessuna possibilità di essere felice o di rendere felice.
E se in via del tutto eccezionale il tuo destino sfuggirà a una di queste regole, soprattutto non dedurne che hai trionfato: puoi dedurne casomai che ti sbagli.(…) Non gioire dell’istante: lascia questo errore di calcolo agli occidentali. L’istante non è niente, la tua vita non è niente. Nessun tempo al di sotto dei diecimila anni conta qualcosa.
Se può consolarti, nessuno ti considera meno intelligente di un uomo. Sei brillante, la cosa è sotto gli occhi di tutti, anche di quelli che ti trattano tanto bassamente. A pensarci bene, però, è davvero una consolazione? Almeno, se ti ritenessero inferiore, il tuo inferno avrebbe una spiegazione, e potresti uscirne dimostrando, in conformità con i precetti della logica, l’eccellenza del tuo cervello. E invece no: ti sanno uguale, se non superiore. E dunque la tua geenna è assurda, il che vuol dire che non esiste via di fuga.
Invece ce n’è una. Una sola, ma alla quale hai pienamente diritto, a meno che tu non abbia fatto la stupidaggine di convertirti al cristianesimo: hai il diritto di suicidarti. In Giappone è un atto molto onorevole. Non pensare però che l’aldilà sia uno di quei paradisi giocondi descritti da quei simpaticoni degli occidentali. Dall’ altra parte non c’è niente di straordinario. In compenso, pensa alla cosa più importante: la tua reputazione postuma. Se ti suicidi, sarà splendente e sarà l’orgoglio dei tuoi parenti. Avrai un posto di riguardo nella tomba di famiglia: è la speranza più grande che un essere umano possa nutrire.
Certo, puoi anche non suicidarti. Ma allora, prima o poi, non reggerai e in un modo o nell’ altro cadrai nel disonore: ti troverai un’amante, o ti metterai a mangiare, o diventerai pigra – tutto può accadere. E’ stato notato che gli esseri umani in generale, e le donne in particolare, faticano a vivere a lungo senza cadere in uno di quei piccoli vizi legati al piacere carnale… se diffidiamo di quest’ultimo non è per puritanesimo, lungi da noi questa ossessione americana…a dire la verità, si deve evitare la voluttà perché favorisce la traspirazione. Non c’è niente di più vergognoso del sudore. Se mangi a quattro palmenti un bel piatto di fettuccine, se ti abbandoni alla rabbia del sesso, se passi l’inverno a dormicchiare vicino al camino, suderai. E nessuno avrà più dubbi sulla tua volgarità.
Tra il suicidio e la traspirazione non esitare. Versare il proprio sangue è ammirevole quanto è immondo versare il proprio sudore. Se ti dai la morte, non suderai mai più e la tua angoscia sarà finita per sempre. ”

Amaro, vero? E quanto assomiglia a certe condizioni sopportate anche da noi, donne d’Occidente…

Nothomb descrive, con una verve comica da vera campionessa, come, a volte, la competizione tra donne scateni comportamenti non proprio signorili, alla faccia della tanto declamata solidarietà femminile…ma si sa: “Nella vendetta e nell’amore la donna è più barbarica dell’uomo” (cit. F. Nietzsche)

Un libretto che mi ha fatto passare qualche ora spensierata e che mi farà procurare, sicuramente “altra” Nothomb.