rituali quotidiani di mason currey

“Negli anni Cinquanta Munro era una giovane madre che si occupava di due bimbe piccole e scriveva nei dettagli di tempo che riusciva a ricavarsi tra le faccende domestiche e i doveri materni. Spesso, il pomeriggio, sgattaiolava in camera a scrivere, quando la figlia maggiore era a scuola e la più piccola dormiva. Munro ha dichiarato di essere stata, in quegli anni, “una grande fan dei sonnellini”. Ma trovare un equilibrio nella doppia vita che era costretta a condurre non era facile. Quando un vicino o un conoscente passava a trovarla, interrompendola mentre scriveva, Munro non voleva dire che stava tentando di lavorare, solo i familiari e gli amici più intimi ne erano a conoscenza. All’inizio degli anni Sessanta, quando le figlie andavano entrambe a scuola, Munro provò ad affittare un ufficio, sopra un negozio di alimentari, per scrivere il suo romanzo, ma lo lasciò dopo quattro mesi perché, anche lì, l’allegro padrone di casa la interrompeva in continuazione e lei non riusciva a portare a termine un bel niente. In quel periodo i suoi racconti vennero pubblicati regolarmente, ma Munro impiegò vent’anni prima di mettere definitivamente insieme il materiale per la sua prima raccolta di racconti “la danza delle ombre felici”, pubblicata nel 1969, quando Munro aveva trentasette anni”.
da “Rituali quotidiani” di Mason Currey
Vallardi Editore
munro
Libro incontrato assolutamente per caso in libreria, mi ha conquistato subito perché, molto spesso, per non dire sempre, anch’io sono alla ricerca di dettagli “piccoli”, come “abitudini, vizi segreti, manie, capricci e fobie” per farmi un’idea dell’autore che leggo, del musicista che ascolto, del pittore che osservo….
per questo amo molto gli epistolari, per questo sono una cultrice delle biografie e, anche, delle autobiografie;
perché sono estremamente convinta che la quotidianità che gli artisti conducono influenzano notevolmente la loro creatività…
Libro curioso e avvincente per i “voyeur” di professione 🙂
 hiiiiiiiiiiiiiii

frèdèric

nati in secoli diversi, io e lui, distanti per sesso,  ceto sociale e stile di vita, eppure così vicini nel sentire…affinità che vanno oltre l’immaginabile…

 

“Durante i dieci anni della sua relazione con la scrittrice francese George Sand, Chopin passò quasi tutte le estati nella tenuta di campagna di Nohant, nella Francia centrale. Chopin era un animale urbano, in campagna si annoiava e diventava di cattivo umore. Ma la mancanza di distrazioni faceva bene alla sua musica. Si alzava quasi sempre tardi, faceva colazione a letto e passava la giornata a comporre, con una sola pausa per dare lezioni di piano alla figlia di George Sand, Solange. Alle sei del pomeriggio la famiglia si riuniva per la cena, che era spesso servita all’aperto, e seguita da musica, conversazione e svariati intrattenimenti.  Chopin si ritirava quindi per coricarsi, mentre Sand si sedeva al suo scrittoio.

chopin

Sebbene l’assenza di responsabilità concrete a Nohant facilitasse la composizione a Chopin, il suo processo creativo non era per niente semplice. Sand annotò le abitudini di lavoro del compositore.

“La creazione era spontanea e miracolosa, la trovava senza cercarla, senza preavviso.  Arrivava ad un tratto, sul pianoforte, completa, sublime, oppure gli echeggiava in testa  durante una passeggiata e lui diventava impaziente di suonarla. Allora cominciava il  lavoro più straziante che abbia mai visto. Una serie di fatiche, irresoluzioni e tormenti per recuperare i dettagli del tema che aveva sentito. Quando doveva scrivere, analizzava allo sfinimento  ciò che aveva concepito per intero e il dispiacere che provava nel non riuscire, secondo lui, a ridefinirlo con precisione, lo gettava  in uno stato di afflizione. Si chiudeva a chiave in camera per giorni interi, si lamentava , camminava, spezzava le sue penne, ripeteva e alterava  per cento volte la stessa battuta e ricominciava il giorno dopo con una perseveranza minuziosa  e disperata.  Era capace di passare sei settimane sulla stessa pagina per poi alla fine scriverla tornando alla prima versione”.

Sand aveva provato a convincere Chopin ad avere fiducia nella sua ispirazione iniziale, ma lui era poco incline ad accettare consigli e si arrabbiava se veniva disturbato. “Non osavo insistere”, scrisse Sand. “Quando si arrabbiava Chopin faceva paura poiché con me si tratteneva,  sembrava che gli venisse un infarto e che stesse per morire”.

(cit. “Rituali quotidiani”, Mason Currey )

sonosolocanzonette

le chiamano canzonette….sono orecchiabili, le fischietti sotto la doccia, te le ritrovi in mente, senza che tu lo voglia, nei momenti meno opportuni…quando ti svegli, quando fai la spesa, quando lavori…non sempre sono belle….e ti arrabbi, perché tutto vorresti ascoltare in quel momento, tranne che quelle note, quelle parole che non hai scelto, che non ti piacciono, e che ti disturbano…

ma, spesso, quelle che chiamiamo superficialmente “canzonette” racchiudono il tuo mondo, quello che sei, oppure quello che vorresti essere, e chissà perché non sei….e allora le scegli…per la parole, o per la musica…per sottolineare un momento di gioia, per rattristarti  assieme ad esse, per cercare conforto, per esprimere rabbia, o amore….quelle parole, e quella musica, che dicono tutto di te, ma che tu non hai la capacità di esternare….

l’anno che verrà

Caro amico ti scrivo

così mi distraggo un po’

e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.

Da quando sei partito c’è una grossa novità

l’anno vecchio è finito ormai

ma qualcosa ancora qui non va.

Si esce poco la sera compreso quando è festa

e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,

e si sta senza parlare per intere settimane,

e a quelli che hanno niente da dire

del tempo ne rimane.

orologio

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno

porterà una trasformazione

e tutti quanti stiamo già aspettando

sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,

ogni Cristo scenderà dalla croce

anche gli uccelli faranno ritorno.

Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno,

anche i muti potranno parlare

mentre i sordi già lo fanno.

E si farà l’amore ognuno come gli va,

anche i preti potranno sposarsi

ma soltanto a una certa età,

e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,

saranno forse i troppo furbi

e i cretini di ogni età.

Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico

e come sono contento

di essere qui in questo momento,

vedi, vedi, vedi, vedi,

vedi caro amico cosa si deve inventare

per poterci riderci sopra,

per continuare a sperare.

E se quest’anno poi passasse in un istante,

vedi amico mio

come diventa importante

che in questo istante ci sia anch’io.

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà

io mi sto preparando è questa la novità.

–  Lucio Dalla –

panchine

Ho incontrato madre terra nella buccia

delle cose, qualche mano con le carte

e due chiacchiere fra amici.

Forse è questa la gran storia, scomparire

ma non dirlo in un grammo d’innocenza.

 

Mi ancoro alla terra, in cielo esploderei.

 

“Marciapiede con vista”  – Filippo Strumia

panchina

rep

rep1

88-07-88186-2_Medina Reyes_C'era una volta l'amore.inddComprato un giorno d’estate nel quale non avevo voglia di pensare, mi è piaciuto subito, già alla vista e al successivo contatto fisico: una copertina rossa fuoco, un disegno, di autore a me  totalmente sconosciuto, raffigurante una donna in atto di danzare (pare a me…), con una specie di sfregio che le copre il viso, a mo’ di lacrima di carta, che mi ha ricordato certe opere di Mimmo Rotella, o forse, meglio, qualche manifesto pubblicitario “vicino” a Majakovskij; e poi il titolo, per me bellissimo: “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo”, di Efraim Medina Reyes.
Ma era stato l’incipit, letto di sfuggita tra i vari post che si susseguono sul web come onde infinite in un mare di link, a catalizzare la mia attenzione e a portarmi dritta dritta in libreria:

“Mi chiamano Rep – diminutivo di reptil, cioè rettile – da quando riesco a ricordare. Sono alto un metro e ottantatré e peso ottantuno chili (come i cowboy di Marcial Lafuente Estefanìa), estefania ho gli occhi neri e infossati che paiono due canne di fucile pronte a sparare, la bocca sensuale e una verga di 25 centimetri nei giorni più caldi. Non sono un eiaculatore precoce e non mi puzza l’alito, amo tagliarmi le unghie fino a farle sanguinare, ho tracce di acne sulla faccia e sul culo, denti forti e un odore personale seducente. Sono il tipo giusto per l’energica e indimenticabile ripassata che è il sogno di ogni donna. Anche nel bere mi distinguo. Non so ballare né cantare, ma se quelli che sono capaci sapessero farlo come me sarebbero il top. I miei amici mi chiamano la verga ferita, i miei nemici pallone gonfiato. Sia il nomignolo A sia il nomignolo B sono azzeccati, anche se potete immaginare quale preferisco. Sono eterosessuale e possiedo un’intelligenza feroce. Ho avuto ferite d’arma da fuoco, da taglio e da oggetti non identificati. Non ho mai ammazzato nessuno ma ho portato più d’uno sull’orlo della morte fisica o spirituale. Meglio non farmi incazzare. Ho il cuore acuminato come le schegge di un’esplosione. Non mi piace la gente lagnosa né le madri che picchiano i figli. Esista una bella donna di nome Nilda che mi piace un casino “.

Chi non vorrebbe conoscere cosa capita, ad un tizio così?
Al tizio capita che è stato mollato da “una certa ragazza” , e inizia per lui il processo che lo porta alla rassegnazione della perdita: questa è la storia, non c’è altro da cercare…una trama modesta e deboluccia, se si deve trovare , per forza, un primo difetto.

“La storia di una certa ragazza – (non sappiamo quale sia il suo nome, per noi sarà sempre “una certa ragazza”, se ho letto con attenzione) – “mi fa ancora male, non trovo quello che cerco e quello che cerco ormai non può più essere lei, lei mi ha mandato a vedere se il gallo aveva fatto l’uovo e quando sono tornato e le ho detto di si mi ha mandato a quel paese e mi ha detto di non farmi più vedere. Per un po’ ci ho provato, ma sai bene che quando l’amore si spegne è più freddo della morte. Il problema è che le due parti in causa non si spengono contemporaneamente e quando sei la parte ancora accesa preferiresti essere morto”.

“Io avevo il mio dolore pieno di parole e lei il suo silenzio”

Rep è un sognatore: “Vivo tra il sogno e la realtà, sogno che sono Big Rep, una star del cinema e dell’arte, che vivo a New York e concedo un migliaio di interviste al giorno, che ho un domestico filippino e una villa di cinquantasette stanze, che le donne fanno la fila per me, che faccio quello che mi pare e dico quello che penso. Sogno che sono amico intimo di Sean Penn, Wim Wenders e Monica Huppert. Sogno che gioco nel Barça, in attacco, che faccio coppia con Romario, che sono più bravo di lui. Sogno che una certa ragazza non se ne è andata, che posso vederla quando voglio, che non si è sposata con un pidocchio, che il tempo non è passato, che non ho venti e rotti anni e le mani vuote, che lei è lì, al solito posto (…) Sogno che non sono io”.
Rep ama scrivere e ha velleitarie ambizioni cinematografiche, con sceneggiature abbastanza comuni, come questa:
“Due pistoleri si incontrano in un saloon del Montana e fanno amicizia: parlano, bevono whisky, giocano a poker (…) Tutto fila liscio come l’olio tra i pistoleri finché una bionda (…) si mette in mezzo….Alla fine si sfidano a duello (in una strada solitaria. E’ sottinteso che i cavalli sono legati all’altro estremo della strada, quello che non viene inquadrato): fondamentale  (chi è amante dei Beatles ,come me, non può fare a meno di canticchiare Rocky Racoon, mentre legge queste righe, è impossibile non farlo);
o abbastanza improbabili, come quest’altra:
“La prima cosa che decisi del nuovo film fu il titolo: La morte di Socrate. Perché Socrate? Perché anche se era brutto e povero era integro. Era riuscito ad essere un duro con il potere della mente. Socrate era come il Pibe Valderrama, era un uomo tutto d’un pezzo. Dato che Socrate era – secondo me- l’inventore dell’intervista, mi venne in mente di scrivere la sceneggiatura sotto forma di intervista. (…) La storia era semplice….Parlava di un tizio chiamato Big Rep che grazie al suo talento se ne era andato da Città Immobile e viveva a New York dove era considerato una delle pietre miliari dell’arte contemporanea (…) Divisi la sceneggiatura in due parti: la prima era un’intervista che Big Rep concedeva a una rivista di scarsa diffusione: L’intervista era condotta da una coppia di ragazzi. A Big Rep piace la ragazza (bionda e molto bella) e la seduce. La seconda parte è la storia di tale seduzione.”

socrate

Rep ascolta molta musica, si identifica con i suoi miti musicali e umani, allo stesso tempo: le pagine su Sid Vicius e Nancy Spungen, le pagine poetiche, soprattutto, che dedica a Kurt Cobain, sono tra le più belle del libro, a mio modestissimo avviso.

Si butta in decine di storie, come per trovare un balsamo che gli garantisca un poco di sollievo , un po’ di equilibrio…ma “una certa ragazza” ritorna, sempre, in testa…a volte con rimpianto, a volte con amore, altre con frustrazione e con rabbia (cito ora un periodo che, forse, a qualcuno potrebbe apparire troppo volgare e fuori contesto, mi scuso se disturberà…ma chi, una volta almeno nella vita, in seguito ad una delusione amorosa, non si è trovato a pensare a questo?):
“So che in questo preciso momento se la sta facendo, la sta palpando, le sta aprendo le gambe a 180 gradi, le sta scopando l’anima. So che in questo preciso momento la sta chiavando selvaggiamente e lei non pensa a me, lei non chiede aiuto. So che in questo preciso momento le sta mordendo la punta delle tette, le sta infilando la lingua in bocca, le sta succhiando il sangue, e lei non pensa a me, lei non ha nessuna intenzione di chiamare la polizia, lei gode. So che in questo preciso momento le sta leccando la passerina, le sta titillando il grilletto, la sta facendo impazzire, in questo preciso momento, in questo preciso momento. So che in questo preciso momento mi sta cancellando del tutto e lei non si ricorda più di me”.
Seguiamo le vicende di Rep con simpatia ed empatia, sperando che riesca a scavalcare l’ostacolo, e a pensare al futuro.

Un libro che si legge bene, breve e veloce, forse un tantino disconnesso nell’ esposizione dei fatti, in certi punti va un po’ a singhiozzo; non un capolavoro, in senso assoluto, ma decisamente un libro curioso e quasi mai noioso: se vi capita sotto gli occhi, potete anche pensare di leggerlo..

un giorno si partirà

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“Chiunque sia nato geograficamente in esilio, chiunque venga dalla provincia, chiunque abbia la sensazione di conoscere i movimenti culturali per sentito dire, qualunque persona del genere cresce con l’angosciante consapevolezza che tutti gli eventi innovativi e vitali del mondo accadono Laggiù a Est, ma proprio laggiù laggiù, tipo forse in Francia, e però prima che l’espatrio si possa compiere nei fatti va provato ed eseguito mentalmente. Ci si trasforma in persone spiritose e beffarde, ironiche, senza radici, fredde e dal disprezzo facile. Si importano le proprie passioni dal passato, da altre lingue, altre tradizioni. Si compie la traversata innanzi tutto fra gli scaffali delle librerie e delle biblioteche, e nei propri sogni sfrenati. I libri che si amano di più sono quelli in cui i protagonisti abbandonano lo sperduto paese natìo in cerca di scenari ben più gloriosi. Ben presto la parola “PARIGI” assume una valenza quasi mistica, e si capisce che non si resterà in silenzio per sempre. Un giorno si partirà”.

(cit. “Perdersi” di Charles D’Ambrosio)

Dipendenza

Visti da qui
siamo così piccoli
coriandoli
coloratissimi
chiusi così
dentro quei giocattoli
rettangoli
ordinatissimi

Vorrei sapere rinunciare
al campionato in corso
tenere spento il cellulare
per un bel po’ di tempo
nessuna sigaretta
e niente fretta
combattere…

Combattere la propria dipendenza
dipendenza dipendenza
riuscire in qualche modo a fare senza
a fare senza fare senza
capire dove sta la differenza
fra il vizio e l’esigenza
è una questione di coerenza
di coerenza

Visti da qui
siamo quasi comici
convinti di
essere unici
persi così
dentro ai nostri calcoli
colpevoli
ma inarrestabili

Vorrei sapermi scollegare
dalla rete intorno
avere altro a cui pensare
che a un aggiornamento
nessun telecomando
mi raccomando
combattere…

Combattere la propria dipendenza
dipendenza dipendenza
riuscire in qualche modo a fare senza
a fare senza fare senza
capire dove sta la differenza
fra il vizio e l’esigenza
è una questione di coerenza
di coerenza

Ma quanto tempo è
che non ti manco un po’

Vorrei poterti confessare
le mie debolezze
saperti offrire solamente
quello che ci serve
e non telefonarti
se sono triste
combattere…

Combattere la propria dipendenza
dipendenza dipendenza
riuscire in qualche modo a fare senza
a fare senza fare senza
capire dove sta la differenza
fra il vizio e l’esigenza
è una questione di coerenza
di coerenza

– Daniele Silvestri –

Stupore e tremori di Amèlie Nothomb.

Ovvero: del come un’occidentale conduce una personale battaglia per integrarsi nella cultura giapponese e ne esce “sconfitta”.

Brio ed ironia (tanta ironia) sono gli ingredienti principali che fanno di questo breve romanzo-confessione, tuttavia, un inno all’ autostima e alla determinazione: mai soccombere alle difficoltà e agli intoppi che la vita ti serba in regalo; mutare in forza positiva gli “scherzi” ostili che il destino ti pone di fronte; imparare a conoscere l’ “altro” (inteso come appartenente ad una identità nazionale differente dalla tua, come persona che condivide il tuo mondo, il tuo ufficio, uomo o donna che sia) prima di deporre le armi e consegnarsi al fato.

Perché è chiaro che un anno lavorativo alle dipendenze di una grande azienda nipponica, passato subendo angherie varie, tra una gaffe dietro l’altra, e comportamenti poco “politically correct”, non basterà ad annientare l’orgoglio e il “revanscismo” nella nostra eroina, Amélie –san:
“Ricapitoliamo. Da piccola volevo diventare Dio. Molto presto compresi che era chiedere troppo e versai un po’ di acqua benedetta nel mio vino da messa: sarei stata Gesù. Presi rapidamente coscienza del mio eccesso di ambizione e accettai di ‘fare’ la martire, una volta diventata grande. Adulta, mi decisi a essere meno megalomane e a lavorare come interprete in un’azienda giapponese. Sfortunatamente, era troppo per me e dovetti scendere di un gradino per diventare ragioniera. Ma non c’erano stati freni alla mia folgorante caduta sociale. Mi venne dunque assegnato il posto di nullafacente. Purtroppo – avrei dovuto sospettarlo – era ancora troppo per me. Ottenni così l’incarico estremo: guardiana dei cessi. Dalla divinità alla latrina: c’era di che estasiarsi del mio percorso inesorabile. Di una cantante che riesca a passare dal registro di soprano a quello di contralto si dice che possiede una vasta estensione: io mi permetto di sottolineare la straordinaria estensione del mio talento, in grado di cantare tutti i registri, tanto in quello di Dio che in quello di signora Pipì. Passato lo stupore, la prima cosa che provai fu uno strano sollievo. Quando si lustrano i bagni sporchi, il vantaggio è che non c’è da temere di cadere più in basso.”

E così Amèlie resiste….si dedica con dignità, e a testa alta, a svolgere le mansioni che le vengono via via assegnate, anche quando le sono state assegnate con l’evidente intento di farla arrendere, di farla sottomettere alla “superiore” civiltà nipponica, quando il proposito, cioè, è farle perdere l'”onore”.

Non mancano riflessioni, anche profonde, sulla condizione di vita delle donne giapponesi, e qui il tono si fa più serio:
“Non tutte le giapponesi sono belle. Ma quando una è bella, le altre devono reggersi forte.
Ogni bellezza è struggente, ma la bellezza nipponica è ancora più struggente. Prima di tutto perché quella carnagione lattea, quegli occhi soavi, quelle inimitabili ali del naso, quelle labbra dai contorni così marcati, quella dolcezza complicata dei tratti bastano a eclissare i volti meglio riusciti.
Poi perché le sue maniere la stilizzano, facendo di lei un’opera d’arte inaccessibile all’ umano intendimento.
Infine, e soprattutto, perché una bellezza che ha resistito a tanti corsetti fisici e mentali, a tante costrizioni, soprusi, divieti assurdi, dogmi, asfissia, desolazione, sadismo, cospirazioni del silenzio e umiliazioni – una bellezza del genere e’ un miracolo di eroismo.
Non che la Giapponese sia una vittima, tutt’ altro. Tra le donne del pianeta non è certo la più sfavorita dalla sorte. Il suo potere è notevole: so quel che dico.
No, se bisogna ammirare la Giapponese (e bisogna farlo) è perché non si suicida.
La cospirazione contro il suo ideale comincia in tenerissima età. Le ingessano il cervello: ‘Se a venticinque anni non sei ancora sposata, hai di che vergognarti’, ‘se ridi, non sei fine’, ‘se il tuo viso esprime un sentimento, sei volgare’, ‘se menzioni l’esistenza di un pelo sul tuo corpo, sei immonda’, ‘se un ragazzo ti bacia sulla guancia in pubblico, sei una puttana’, ‘se mangi con piacere, sei una scrofa’, ‘se provi piacere a dormire, sei una vacca’. Precetti del genere sarebbero ridicoli se non ti si conficcassero dentro.
Perché, in fin dei conti, ciò che si trasmette alla Giapponese attraverso questi dogmi insensati è che non bisogna sperare in niente di bello. Non sperare di godere, perché il piacere ti annienterà. Non sperare di innamorarti, perché non vali abbastanza: quelli che ti ameranno lo faranno per i tuoi miraggi, mai per la tua verità. Non sperare che la vita ti porti qualcosa, perché ogni anno che passa ti leverà qualcosa. Non sperare in una cosa semplice come la tranquillità, perché non hai nessuna ragione per startene in pace. Spera di lavorare. Visto il tuo sesso avrai poche possibilità di arrivare in alto, ma spera di servire la tua azienda. Lavorare ti farà guadagnare dei soldi dai quali non trarrai nessuna gioia, ma da cui potrai eventualmente trarre dei vantaggi, per esempio in caso di matrimonio – perché non sarai tanto stupida da supporre che qualcuno possa volerti per il tuo valore intrinseco.
A parte questo, puoi sperare di vivere a lungo, cosa che in sé non ha nulla di interessante, e di non conoscere il disonore, cosa che invece ha un fine in sé.
Qui si ferma la lista delle tue speranze, lecite. E comincia la serie interminabile dei tuoi doveri sterili. Dovrai essere: irreprensibile, per la semplice ragione che non si può fare altro. Essere irreprensibile ti porterà solo ad essere irreprensibile, non sarà motivo di orgoglio , e tanto meno di voluttà.
Non è possibile enumerare tutti i tuoi doveri, perché non esiste attimo della tua vita che non sia dominato da uno di essi. Anche quando sarai chiusa in un bagno per dare umile sollievo alla tua vescica, avrai il dovere di vegliare perché nessuno possa sentire il canto del tuo ruscello: dovrai quindi tirare la catena in continuazione.
(…) Hai fame? Mangia appena, perché devi restare magra, non per il piacere di vedere la gente girarsi per strada al tuo passaggio (non lo farà nessuno), ma perché è vergognoso avere qualche rotondità.
Hai il dovere di essere bella. Se ci riesci, la tua bellezza non ti darà voluttà alcuna. Gli unici complimenti che eventualmente riceverai proverranno da occidentali, e sappiamo bene quanto essi siano privi di gusto. Se ti ammiri allo specchio, fallo per paura e non per piacere: perché la tua bellezza ti porterà solo il terrore di perderla. Se sei una bella ragazza, non varrai granché; se non sei una bella ragazza, varrai meno di niente.
Hai il dovere di sposarti, preferibilmente prima dei venticinque anni che saranno la tua data di scadenza. Tuo marito non ti darà amore, a meno che non sia matto, e non c’è felicità nell’essere amata da un matto. In ogni caso, che ti ami o meno, non lo vedrai mai. Alle due del mattino un uomo esausto e spesso ubriaco tornerà da te e sprofonderà nel letto coniugale dal quale si alzerà alle sei senza averti detto una parola.
Hai il dovere di avere dei bambini che tratterai come divinità fino a tre anni, età in cui, d’un colpo, li caccerai dal paradiso per arruolarli al servizio militare, che durerà dai tre ai diciotto anni e poi dai venticinque fino alla morte.
(…) Trovi orribile tutto questo? Non sei la prima a pensarlo. Le tue simili lo pensano dal 1960. Come vedi, non è servito a niente. Molte di loro si sono ribellate e anche tu forse ti ribellerai nel solo periodo libero della tua vita, tra i diciotto e i venticinque anni. Ma a venticinque anni ti accorgerai all’improvviso di non essere sposata e proverai vergogna. Abbandonerai l’abbigliamento eccentrico per un tailleur sobrio, calze bianche e scarpe ridicole, sottoporrai la tua splendida capigliatura liscia a una messa in piega desolante e ti sentirai sollevata se qualcuno – marito o datore di lavoro – ti vorrà.
Nel caso molto improbabile che tu faccia un matrimonio d’amore, sarai ancora più infelice perché vedrai tuo marito soffrire. Meglio non amarlo: così riuscirai a rimanere indifferente di fronte al naufragio dei suoi ideali, visto che lui, tuo marito, ne ha ancora. Gli hanno fatto sperare, per esempio, nell’amore di una donna. Si accorgerà presto invece che tu non lo ami. Come potresti amare qualcuno con quell’ingessatura che paralizza il cuore? Ti hanno imposto troppi calcoli perché tu possa amare. Se ami qualcuno è perché non ti hanno educata bene. I primi giorni di nozze, simulerai ogni genere di cose. Bisogna riconoscere che nessuna donna ha il tuo talento per la simulazione.
Il tuo dovere è quello di sacrificarti per gli altri. Non credere però che il tuo sacrificio renderà felici coloro ai quali ti dedicherai, servirà solo a non farli arrossire per te. Non hai nessuna possibilità di essere felice o di rendere felice.
E se in via del tutto eccezionale il tuo destino sfuggirà a una di queste regole, soprattutto non dedurne che hai trionfato: puoi dedurne casomai che ti sbagli.(…) Non gioire dell’istante: lascia questo errore di calcolo agli occidentali. L’istante non è niente, la tua vita non è niente. Nessun tempo al di sotto dei diecimila anni conta qualcosa.
Se può consolarti, nessuno ti considera meno intelligente di un uomo. Sei brillante, la cosa è sotto gli occhi di tutti, anche di quelli che ti trattano tanto bassamente. A pensarci bene, però, è davvero una consolazione? Almeno, se ti ritenessero inferiore, il tuo inferno avrebbe una spiegazione, e potresti uscirne dimostrando, in conformità con i precetti della logica, l’eccellenza del tuo cervello. E invece no: ti sanno uguale, se non superiore. E dunque la tua geenna è assurda, il che vuol dire che non esiste via di fuga.
Invece ce n’è una. Una sola, ma alla quale hai pienamente diritto, a meno che tu non abbia fatto la stupidaggine di convertirti al cristianesimo: hai il diritto di suicidarti. In Giappone è un atto molto onorevole. Non pensare però che l’aldilà sia uno di quei paradisi giocondi descritti da quei simpaticoni degli occidentali. Dall’ altra parte non c’è niente di straordinario. In compenso, pensa alla cosa più importante: la tua reputazione postuma. Se ti suicidi, sarà splendente e sarà l’orgoglio dei tuoi parenti. Avrai un posto di riguardo nella tomba di famiglia: è la speranza più grande che un essere umano possa nutrire.
Certo, puoi anche non suicidarti. Ma allora, prima o poi, non reggerai e in un modo o nell’ altro cadrai nel disonore: ti troverai un’amante, o ti metterai a mangiare, o diventerai pigra – tutto può accadere. E’ stato notato che gli esseri umani in generale, e le donne in particolare, faticano a vivere a lungo senza cadere in uno di quei piccoli vizi legati al piacere carnale… se diffidiamo di quest’ultimo non è per puritanesimo, lungi da noi questa ossessione americana…a dire la verità, si deve evitare la voluttà perché favorisce la traspirazione. Non c’è niente di più vergognoso del sudore. Se mangi a quattro palmenti un bel piatto di fettuccine, se ti abbandoni alla rabbia del sesso, se passi l’inverno a dormicchiare vicino al camino, suderai. E nessuno avrà più dubbi sulla tua volgarità.
Tra il suicidio e la traspirazione non esitare. Versare il proprio sangue è ammirevole quanto è immondo versare il proprio sudore. Se ti dai la morte, non suderai mai più e la tua angoscia sarà finita per sempre. ”

Amaro, vero? E quanto assomiglia a certe condizioni sopportate anche da noi, donne d’Occidente…

Nothomb descrive, con una verve comica da vera campionessa, come, a volte, la competizione tra donne scateni comportamenti non proprio signorili, alla faccia della tanto declamata solidarietà femminile…ma si sa: “Nella vendetta e nell’amore la donna è più barbarica dell’uomo” (cit. F. Nietzsche)

Un libretto che mi ha fatto passare qualche ora spensierata e che mi farà procurare, sicuramente “altra” Nothomb.